venerdì 3 dicembre 2010

Mostra Haiti






“MOLTO, MOLTO TEMPO PASSO’ PRIMA CHE IL BRUTTO TEMPO SCEGLIESSE UN PERIODO DELL’ANNO IN CUI CONCEDERCI UNA TREGUA. UNA TREGUA SOLAMENTE. IL VENTO, LA PIOGGIA, IL TEMPORALE ED IL MAREMOTO NON HANNO MAI SMESSO DI DISTRUGGERE, SCHIACCIARE, CALPESTARE, SMUOVERE,
DI TRAVOLGERE E SFONDARE,
DI PORTARE E TRASCINARE VIA,
DI ACCATASTARE,
DI DISPERDERE,
DI RADERE AL SUOLO,
DI SCAVARE,
DI RIEMPIRE,
DI FAR PIAZZA PULITA,
DI MESCOLARE,
DI DISTRICARE,
DI STRAPPARE,
DI SOTTERRARE,
DI TIRARE FINO A ROMPERE,
DI SPAZZARE,
DI ANNAFFIARE,
DI DEVASTARE,
DI ROVESCIARE, RADDRIZZARE, SPINGERE, TRASCINARE,
DI GETTARE, DI RACCOGLIERE,
DI ALZARE, DI ABBASSARE,
DI DILANIARE, DI LACERARE,
DI ROMPERE, DI OFFUSCARE,
DI SBUDELLARE, DI BUCARE,
DI TRAVOLGERE TUTTO QUELLO CHE TROVARONO SULLA TERRA FINO A SEMINARE QUALCHE PEZZO QUA E LA’, LASCIANDO CHE IL MARE RICOPRISSE IL RESTO, MENTRE I FRANTUMI SU CUI SONO SEDUTO ADESSO A PARLARE SUBISCONO ANCORA LA FORZA DEL VENTO, DELLA PIOGGIA, DEL TEMPORALE, DEI MAREMOTI, SENZA CONTARE I TERREMOTI CHE GLI RIMESCOLANO LE BUDELLA DI TANTO IN TANTO.”

Félix Morisseau-Leroy
(scrittore haitiano 1912-1998)



11/23 dicembre 2010
inaugurazione sabato 11 ore 18.30

Centro Espositivo di Palazzo Concini
Terranova Bracciolini (Arezzo)

mostra a cura di Antonio Manta

LE FOTOGRAFIE IN MOSTRA SONO STATE SCATTATE NEL FEBBRAIO 2010 A PORT AU PRINCE E DINTORNI, HAITI. ©Ilaria Di Biagio

domenica 21 febbraio 2010

Una domenica di partenza




I giorni haitiani giungono al termine.
Parto solo con qualche risposta alle classiche domande di quando si è in aereo prima di atterrare in una nuova destinazione.
Come sarà? E sono stati 10 giorni intensissimi, 10 giorni in cui vedere in prima persona tante immagini concrete, fa sentire ancora più immuni ad un correre degli eventi, fa sentire che davvero qui si gioca un momento in cui la bilancia può pendere d'improvviso da una parte o dall'altra, in cui le strade da seguire per la ricostruzione sono molteplici, ma solo poche porteranno davvero benefici alla popolazione, che se prima viveva in media con due dollari al giorno, adesso spesso non ha neanche quelli. E nelle decisioni globali non ha voce.
Che succederà? Soprattutto in casi come questi, la mente è apertissima ad assorbire tutto e a cogliere le occasioni al volo. Non c'era molto di stabilito su quello che avrei fatto, i giorni si creavano dall'alba al tramonto senza troppo organizzare quelli successivi. Così spesso le occasioni son venute fuori dal niente, altre volte mi son trovata a passare un giorno ferma freneticamente, mentre pensavo a tutto quello che mi stavo perdendo, ma arrivando alla sera in cui i benefici di una giornata non caotica si facevano ben sentire per partire in grinta il giorno dopo.
Chi incontrerò? E questa è la domanda più difficile a cui rispondere, perché neanche io mi sono fatta un'idea chiara di come sia realmente la gente. Questo perché è un momento molto particolare nella loro storia, anche e soprattutto parlando delle relazioni umane. Gli stessi haitiani se per certi versi riscoprono una grande solidarietà, per altri combattono tutti i giorni per una condizione migliore, i prezzi sono aumentati sia per noi occidentali che per loro, e spesso ci sono scontri in merito a questo. Penso sia normale non essere riuscita ad interagire come avrei voluto, sia per la lingua sia perché in questo momento avere la pelle bianca può portare ad incomprensioni e comunque difficoltà da vari punti di vista. Stamattina non avendo programmi mi son fatta un giro da sola per petion ville. Son dovuta tornare sui miei passi ben presto, sola sola è davvero difficile andare in giro, per non parlare di tirare fuori la macchina fotografica. E si nota subito la differenza rispetto a camminare insieme ad un haitiano, o in generale ad un uomo.
Purtroppo concentrandomi su quello appena successo, non mi sono relazionata granché alla cultura di qui, anche perché è un momento di stand-by, anch'essa trascinata giù dal terremoto. E per volontà del governo è indetto un mese di lutto nazionale. Non credo di esser molto d'accordo sul fatto che espressioni come la musica ed altro siano superficiali in questo momento, anzi, in molti casi aiuterebbero l'aggregazione e ad una compartecipazione. Le manifestazioni artistiche sono azzerate, i tanto famosi pittori di qui si stanno prendendo un momento di pausa spesso privo di ispirazione, tanti altri il momento di pausa se lo stanno prendendo dall'altra parte del golfo della Florida, a Miami, New York... E'una situazione piuttosto statica, si pensa ad un futuro di ricostruzione ma per ora bisogna ancora pulire tutte le intricate vie della città dai cumuli di macerie, bisogna spesso trovare ancora una sistemazione per tanti negli ospedali, rendere più dignitosa la vita di chi vive in tendopoli prive di bagni e di qualsiasi minima condizione igienica, bisogna buttare via cumuli di immondizia che con questo sole si putrefaggono in poche ore, riparare le strade, capire se il governo avrà intenzione di riprendere le redini del gioco…

La cosa che più mi dispiace nell'andare via di qui è che insieme alla partenza se ne va la possibilità di rimanere informata su quanto succede, vedendo l'aria che tira nei giornali internazionali. Per fortuna internet è una grande fonte anche in questo ed in qualche modo gli aggiornamenti si possono trovare nei giornali locali.

sabato 20 febbraio 2010

Leogane






Leogane si trova a un ora da Port au Prince, il 95% delle case sono state distrutte, 60 scuole su 61 sono inagibili. E' l'epicentro del terremoto, a destra e a sinistra della strada adesso si succedono tendopoli di tutti i tipi. Chi è riuscito ad ottenerle, adesso dorme nelle tende ( per lo più donne con bambini piccoli; quasi tutte le donne qui hanno però tra i propri figli, almeno uno al di sotto dei 5 anni e non tutte son state così "fortunate"). In questa zona operano soprattutto i canadesi, il che permette alla popolazione uno scambio diretto, vista la lingua comune, il francese. Ma la maggioranza per ora è sistemata in accampamenti di fortuna, perlopiù fatti di assi di legno e lenzuola che con il vento fanno vedere il piccolo rifugio molto provvisorio. Oggi, sabato, giorno di messa e di mercato, andando in giro si incontravano soprattutto bambini piccoli. Sulla strada per arrivare, nei pressi di Carrefour, una fila lunga almeno un paio di chilometri composta solo da donne in attesa di prendere la loro razione alimentare dai caschi blu. Questo alle 7 di mattina, al mio ritorno, alle 14 la fila era ancora più lunga ed il sole rovente. In un lato della strada, le donne ad aspettare il loro turno, nell'altro lato gli uomini, ai quali non è permesso ricevere il cibo.
A Leogane sono state in una comunità un po' all'interno, tra alberi di banani e coltivazioni di fagioli si nascondono infiniti lenzuoli semi trasparenti. Qui gli aiuti non sono quasi arrivati, i teli cerati che piano piano affluiscono nella città, qui li stanno ancora aspettando ed intanto fanno la prova della stagione delle piogge con qualche acquazzone che c'è stato in settimana. E' una situazione davvero precaria che stona con il verde splendente tutto intorno.
C'è tantissimo da fare ma soprattutto, c'è bisogno che gli aiuti giungano e che permettano agli haitiani di rendersi indipendenti in tempo breve, e qua e là si sentono progetti interessanti da sviluppare, dagli spazzini che ora sono a migliaia a pulire la città, a qualche idea su come creare in breve tempo delle case più sicure comprando i container con i quali arrivano gli aiuti e trasformandoli in abitazioni a tanto altro.
La giornata è stata molto intensa, vado a dormire.


venerdì 19 febbraio 2010

Una storia che non c'è più






Stamattina avevo un po' di tempo e per la prima volta da quando sono arrivata ho tirato fuori la guida che avevo comprato all'aeroporto di Miami. Una storia che non c'è più, una storia che adesso si potrà solo raccontare, guardare nelle fotografie scattate fino all'11 gennaio. Non esiste più niente di quello che c'è scritto, solo scheletri di palazzi. Sono stata in giro in macchina per quasi tutti i quartieri della città, neanche il signore che mi accompagnava era passato più in molti di quei luoghi dopo il terremoto. Mi ha portato nella casa di suo cugino, facendomi vedere come e dove è morto, la tomba è li accanto e la casa per volontà della famiglia non verrà venduta ma rimarrà lì come si è immobilizzata poco più di un mese fa. Siam passati davanti a tanti luoghi da lui conosciuti e i suoi occhi per tutto il tempo non mi hanno mai guardato direttamente, mentre mi diceva che non poteva immaginare neanche lui tale devastazione, e quanto ampia fosse.



Ovunque per la città. Ci sono casa che sono rimaste in piedi, chi vuole crede sia un miracolo, altri danno il merito alla mescla di acqua e sabbia migliore, fatto sta' che sembrano oasi in un deserto che dà poche speranze. Ed è vero, non ci si abitua, ogni giorno che percorro le strade di Port au Prince il mio cervello non riesce a capir, non riesce ad immaginare quei 6 secondi che hanno distrutto tutto. Downtown è viva solo per le persone che ci camminano ed occupano il loro tempo cercando di prender pezzi di ferro, legno, metallo dalle macerie, per le donne che vendono frutta e verdura, per gli uomini che girano con un telefono ambulante. Per le ruspe che piano piano tolgono il cemento ridotto in cumuli.





Quasi tutte le attività sono chiuse e molte vengono bruciate prima che la gente possa entrarci a prendere le cose rimaste dentro. Preferiscono mandare in fumo tutto il materiale piuttosto che permettere che questo in qualche modo venga preso. Sono molto scettica su quello che si è detto degli atti di sciacallaggio, ed ancor più ora che mi hanno raccontato il perché di molte fiamme negli edifici.
Nelle mie pause in internet nell'albergo a 100m. da casa ho conosciuto un po' di medici, che mi hanno raccontato come il 12 gennaio gli ambulatori fossero affollati di gente, almeno 200 per ogni medico, almeno, ovviamente impreparati per una catastrofe di tali dimensioni. E così tantissime fratture sono state riposizionate male, molte non riuscivano a pulirle dalla terra per la mancanza di acqua. Mi hanno fatto vedere le radiografie, in cui in un femore pieno di ferri le ossa vanno una da una parte ed una dall'altra. .nella fretta del momento non era facile far tutto alla perfezione e queste persone potranno tornare a camminare solo dopo una nuova operazione. I medici mancano sempre, anche ora, anche dopo un mese.
E' quasi 10 giorni che sono qui, tutto quello che ho visto comincia a farsi sentire con la stanchezza. La casa ogni giorno di più si riempie di topi e ratti, l'immondizia viene raccolta di rado, ma se è così qui, figuriamoci nelle piazze dove stanno in 2000 in poche decine di metri quadrati. La gente è costretta a vivere in condizioni disumane e ovviamente con il tempo la situazione si aggrava, non è facile incontrare per strada un sorriso od una risposta ad un bonjour.
Ps. vorrei mettere le didascalie alle foto, ma la grafica mi è contro.


giovedì 18 febbraio 2010

Cite' Soleil










Oggi le parole da scrivere non mancherebbero, ma il mio internet e' andato in sciopero e mi appoggio per qualche minuto a quello della hall dell'albergo. Spero domani di essere piu' loquace.

mercoledì 17 febbraio 2010

vita quotidiana































Le stelle sono così luminose nelle notti di Port au Prince.. mai viste tanto nitide in una capitale. E raccontano di una città in cui ora ci sono zone intere al buio dopo il tramonto. E senza elettricità anche durante il giorno. Per strada chi vuol caricare il proprio cellulare, lo fa in alcune bancarelle che hanno il generatore. La vita si suddivide tra le tendopoli, in cui di giorno ci sono quasi solo donne e bambini e la strada, maggiormente piena di uomini, molti dei quali adesso lavorano per pulire le strade, in cambio non ricevono soldi ma cibo.
Gli aiuti arrivano quasi solo alle donne, ritenute più responsabili..e le quantità di riso che vengono date, a chi riesce a prenderle, per permettere il fabbisogno per almeno 20 giorni, in realtà durano molto meno, ciascuna donna deve sfamare almeno tre bambini, e non solo.

Sembra si stia più attenti alle associazioni estere che sono qui che agli haitiani, sembra che le poche notizie che compaiono su riviste e giornali, incrementino ancor più le falsità in un paese che non ha mai avuto il pregio di esser descritto obiettivamente. Sembra che si faccia di tutto per incutere timore, per dissuadere a pensare che una catastrofe del genere non porta necessariamente ad una violenza sfegatata. Cerco notizie di Haiti sui giornali italiani e c'è una lacuna enorme, non si scrive più niente, l'effetto shock è finito poiché son finite le immagini dei morti e dei camion carichi di cadaveri. "la ricostruzione", il post non fa notizia. E se c'è qualcosa è l'allarmismo del fantomatico coprifuoco.

Me l'hanno dovuto dire dall'Italia perché ne venissi a conoscenza. Qui proprio non se ne parla, ancor più, non si sa. E' giusto un nuovo spunto terrorizzante. Non è che non c'è il coprifuoco, è semplicemente una cosa che questo paese vive da decenni. Nessun occidentale si sognerebbe di andare a downtown dopo le sette di sera senza qualcuno del luogo che lo accompagni, ma è qui come in qualsiasi altra capitale sudamericana e non solo. Io qui a Petionville esco tranquillamente la sera, per mangiare qualcosa di diverso da riso e pollo o per bere una birra insieme ad altra gente. E non abbiamo paura, nell'aria non si respira quella pericolosità che tanto piace raccontare ai media. La tranquillità non fa notizia, allora bisogna implementarla con quella paranoia e quel terrore che ormai dall' 11/09 non ha più fine. E che distorce tutto.
C'è la vita, un ritorno alla quotidianità che si vede nelle bacinelle cariche di sapone e panni da lavare sotto tende fatte di stoffe e lenzuola, nei mercati per le strade, nella voglia di distrarsi giocando a calcio, ascoltando la radio o abbozzando qualche passo di danza. C'è il fortissimo bisogno dei bambini di occupare le loro giornate, ora che non vanno a scuola perché quasi tutte son crollate, molte durante l'ora di lezione. Il governo afferma che riapriranno a metà marzo, ma è difficile crederci vista l'immobilità della situazione. Tante strade non si possono ancora percorrere in macchina talmente son le macerie in terra, e gli stessi abitanti fanno fatica ad orientarsi nel centro città, non essendoci più punti di riferimento.

Il piano per downtown è quello di radere tutto al suolo e ricostruire ex novo la città, ci sono già decine di dirigenti americani in visita per studiare i loro piani migliori..e pensare che ground zero ancora deve vedere concretizzato il suo progetto dopo nove anni.
Quando torno la sera a casa e poi vado su internet, mi ritrovo con giornalisti di tutte le nazionalità e tutti in qualche modo siam scoraggiati nel vedere la gravità della situazione ed il poco spazio che viene dato dall'informazione a questa tragedia, che continua, a dispetto del fatto che all'estero sembra già dimenticata. Forse oggi ne sentirete parlare, talmente tanto clamore c'è stato per l'arrivo del presidente francese in un territorio in cui nessun suo predecessore dopo l'indipendenza haitiana (parliamo del 1804) aveva messo piede. Ha confermato che cancella il debito che il paese sta' pagando alla Francia ormai da 200 anni e che per i prossimi due anni donerà milioni di euro.
C'è la certezza che la stagione delle piogge, che qui comincia ad Aprile e che quest'anno prevedono sia più intensa del solito, provocherà altrettanti morti e disagi. E proprio ora che ne scrivo, comincia a piovere, piovere..

Chi se lo può permettere sta' uscendo dal paese, prevalentemente a Miami dove c'è una grande comunità, a dispetto del nome, Little Haiti. Questo provocherà una dispersione, una diaspora enorme della classe dirigente o comunque della classe media, che in ogni paese è quella che controlla, nel bene o nel male.
Ieri sera ho conosciuto un inglese che lavora come bodyguard di giornalisti e fotografi, uno di quelli che dopo 30 anni di esperienza potrebbe riempire di racconti per notti intere. E che riesce a terrorizzare in 10 minuti…mi ha fatto un corso accelerato di primo soccorso, il primo soccorso da arma da fuoco, regalandomi bende e liquidi mai conosciuti prima. Interessante nel suo, anche se da prenderlo con le pinze, a sentir lui tutto quello che ho fatto finora è da sciagurati. Ma ritengo che sia più sicuro girare con un haitiano che conosce la lingua ed i posti che con un inglese col giubbotto antiproiettile. Almeno qui, almeno ora.

Assalto ad un negozio di elettronica